LE PAROLE


Mio padre era un cuoco di bordo, un marittimo, un uomo che nella mia infanzia ho visto pochissimo. S’imbarcava su vecchie carrette da venti persone d’equipaggio, forse per infornare poco pane oppure perché in verità, lì si sarebbe sentito un po’ come a casa. Ha visto caricare di tutto per certi stravaganti armatori e ha battuto tutti i mari del mondo fino alla medaglia d’oro per lunga navigazione, che adesso è appesa dietro alla mia schiena. Però quando la sua “prora” entrava nel mare di casa nostra, si affacciava volentieri alla porta di Venere per ammirare i Cinque sassolini colorati, quei magnifici Cinque scogli che proprio da Porto Venere si estendono fino alla punta del Mesco: le Cinque Terre. Noi abituati a traguardarli anche dal mare, conosciamo bene il potere della vigna nata sullo scoglio, ricca di vita e di saggezza arrivata lì da tempo immemorabile; ed io, figlio di quel cuoco credo di avere ereditato l’attaccamento a questa terra di mare, che si materializza come diceva “Eugenio” con … le trombe d’oro della solarità. Togliere una forbice per potare dalla tasca dei pantaloni e voltarsi verso il riflesso del mare quando va sotto il sole, è un momento solenne. Per me contadino ligure, il calore di questa voce interiore ha un valore purissimo. Devo dire che queste sono le cose che mi soddisfano il cuore, merita proprio di farci una bella suonata sopra.

Saluti dal figlio del cuoco.

SILENE STENOPHYLLA

L’amore è unico, gira e rigira, torna sempre in ogni forma. Quello vero, universale come in questa canzone parte da 30.000 anni fa, dai semi di una pianta del neozoico nascosti per millenni da uno scoiattolo nei ghiacci della tundra russa e rifatti sbocciare da alcuni ricercatori nel nostro tempo.
Così torna a fiorire silene stenophylla “quella pianta che non c’era”, come l’amore che sa aspettare e torna a galla quando meno te lo aspetti.

testo 

sboccerà nascerà un fiore
da una pianta che non c’era
avrà il nome di una stella di un ghiacciaio a primavera
nascerà per ritornare per vederci naufragare
o semplicemente a dirci che c’è tempo che c’è tempo per amare

una volta ero cacciatore e uccidevo per mangiare
poi nel tempo per il gusto di ammazzare
e godevo nel tornare riportare l’animale
lo toccavo ancora caldo rantolare
ero giovane e deciso presuntuoso in fondo al viso
impulsivo proprio come l’esplosivo

poi un giorno che ero vecchio come fiore nel deserto
feci centro su un bel maschio poco esperto
la sua femmina nascosta come pazza ritornava
non aveva più paura e mi ringhiava
mi sembrava che piangesse che piangesse per davvero
di sparare lei implorava gli occhi al cielo

solo un brivido alla schiena
in quell’ora della sera
come quando alla finestra scopri un mare che non c’era
l’infinito è solo un attimo e quell’attimo è un colore
sboccerà nascerà un fiore da una pianta quella pianta che non c’era

quella sera non mangiai e poi senza ragionare
mi rimisi sui miei passi per tornare
in quel posto che restava nei miei occhi ad asciugare
qualche cosa che sapevo di cambiare
e la femmina era lì era lì col suo dolore
appoggiava il muso al maschio il suo calore

quella notte non finì mille volte non finì
anche oggi che il mio cuore è tutto qui
lei sapeva il mio tornare quel tornare per restare
mi aspettava per potersene poi andare
anche oggi che è il mio tempo qui sdraiato su quel luogo
che il mio cuore ascolta piano  tutto solo

sboccerà nascerà un fiore
da una pianta che non c’era
avrà il nome di una stella di un ghiacciaio a primavera
nascerà per ritornare per vederci naufragare
o semplicemente a dirci che c’è tempo che c’è tempo per amare

che c’è tempo … che c’è tempo

IL RESPIRO DELLA TERRA

non cerco parole
che musica sale
svelare alla mia anima
che la terra sa respirare

mi sembra impensabile adesso
che possa tessere
un alito caldo e sottile
scalzo solare

senza incenso senza nome
senza dovere senza padrone
senza denaro

in questo vagare non so cosa sia
questo suono lievissimo che salirà

sospesa distante
spirituale
la terra le sue ossa
i colori del suo fondale

è puro davvero riflettere
immenso essere
per ogni soffio che arriverà
che mi sovviene

senza torto senza dolore
senza destino senza rancore
senza confine

in questo vagare non so cosa sia
sarà madre purissima… così sarà

così sarà

così sarà

non cerco parole
che musica sale

 


 

L’UOMO CHE ASCOLTA LE FORMICHE

Capedàe lì de sfróso verso séa, / e dae ‘n’ocià fina dónde la mèa ‘a valàda /
(che po’ de là gh’è ‘a Magra – che adè l’è ‘na moéna bisa – e po’ gh’è ‘r mae) /
e scrovìe ‘nter sarvàdego ‘n pagiàe, / l’è come ‘ncontràe n’òmo chi parla da lu /
e i nó riessa a ‘mbugàe ‘a via de cà.

Capitare lì di straforo verso sera, / e dare un’occhiata fin dove muore la vallata /
(che poi di là c’è la Magra – che adesso è una murena grigia – e poi c’è il mare) /
e scoprire nell’incolto un pagliaio, / è come incontrare un uomo che parla da solo /
e non riesce a imboccare la via di casa.
Così Paolo Bertolani mi scrisse questi suoi versi mentre passeggiavamo a Bocca di Magra dopo un suo incontro alla Villa Romana. Li scrisse su un fogliaccio pensando al mio dialetto rovesciato nelle canzoni, al mio modo scanzonato (è proprio il modo dire), di perdermi nella realtà … così come la pensava lui. Forse è da questi versi che involontariamente ho intrapreso la scrittura e la musica di questo brano e di questo mio album “l’uomo che ascolta le formiche”. Un lavoro legato al mio territorio e alla mia infanzia: scrivevo e vedevo realmente i luoghi dove come cane randagio, passavo le mie giornate assolate; … che se fosse poi piovuto me la sarei presa tutta e a casa, come diceva mia madre il terremoto non mi avrebbe mai beccato.

testo 

è chino sul campo di spighe di grano
la testa adagiata lo sguardo lontano
le ciglia due porte socchiuse a ponente
lui sa…che nessuno lo sente
la sua comunione la sua posizione
nessuna apparente ragione
da sotto la terra lui sente cantare
quel mare di spighe tremare
le spighe in quel mare tremare

sorella la guerra che scendi pian piano
quei fiocchi di neve le tue bombe a mano
ma lui non si muove ed il tempo è passato
col cuore e l’orecchio sul campo bagnato
scannatevi pure soldati bambini
che paglia andrà agli uccellini
scannatevi pure bambini soldato
lontani d’avermi ascoltato
d’avermi lontano ascoltato

è chino ed adesso son stoppie piegate
le mani le braccia e ginocchia sbucciate
e in questo dolore dell’oro il colore
il campo è un dipinto di odio e di amore
e l’uomo che ascolta è di nuovo lontano
un chicco… sulla mia mano
da sotto la terra si sente cantare
quel mare di spighe tremare
le spighe in quel mare cantare
… le spighe cantare …quel mare tremare
… le spighe cantare …quel mare tremare
… le genti stupire in quell’imbrunire

ANEMIA MEDITERRANEA

Nei muri di sasso e nei profumi della terra di Liguria si avverte un leggero dolore di cose perdute. Canzone vincitrice del Premio Recanati 1993, suonata con un preciso percorso musicale e sempre col pensiero rivolto al rispetto di chi è stato prima di noi; il rispetto per la nostra terra e la nostra gente… il nostro assolato balcone arrampicato sul mediterraneo.

testo 

e pensare che terra non c’era più bella
con quei muri di sassi che piangon sudore
quei limoni ginestre gli ulivi padroni
perduti nei canti di donne al lavoro
e sudate corriere con la prua verso il mare
quei sedili di cuoio bagnati di sale
disperato concerto di mute cicale
una venere muore questa venere muore

e pensare che ancora al mercato si dice
puoi sentirlo lontano nel vociare felice
io ricordo un colore più antico dell’uomo
è un geranio al balcone immerso di sole
dentro ai volti scavati dal vento e dal mare
per veder nelle reti la speranza del pane
portate dal vento vampate africane
tra ombrelloni in amore questa venere muore

è l’anemia mediterranea che ci butta giù
butta giù gli aerei e ci allontana il sud
che ci picchia come porte al sole ci sconvolge il cuore
resterem bambini ladri od assassini fai tu fai tu

quelle piazze che parla di festa e dolore
quelle vecchie mutande cannucce e gassose
un sapore violento di respirazione
in pietraie di timo che ritorni latino
l’odor del tabacco riempie le scale
la mano di un vecchio che stringe il suo male
e la musica e solo un pregiato rumore
se la venere muore se questa venere muore

è l’anemia mediterranea che ci butta giù
butta giù gli aerei e ci allontana il sud
che ci picchia come porte al sole ci sconvolge il cuore
resterem bambini ladri od assassini fai tu fai tu


CINQUE ROSE

E’ una canzone vera, arrivata con pura semplicità, pensando all’amore dei miei, difficile ma importante. L’amore al tempo della guerra; bastavano poche cose, cinque rose, l’azzurro con cui si tingevano i vetri. Il ricordo dell’antico amore dei propri genitori e la speranza di ritrovare in futuro quel niente che basta.

testo

mia madre aspetta quella sirena
da dietro i vetri tinti che le oscureranno il cuore
giu’ nella strada cosa c’è tanto dolore
forse la guerra è ingiusta dov’é il suo amore
quando l’America la salvera’
quando l’America la salvera’…

mio padre marcia deve cantare
con gli stivali il pane si fa mangiare
con le stellette appese non puo’ aspettare
con la miseria al culo non puo’ sperare
forse l’America lo salvera’
forse l’America lo salvera’…

in quel tempo la’ la felicita’ si stringeva nelle mani
poche cose cinque rose nel blu
ora chi lo sa la felicita’ é una cosa di domani
troppe cose niente rose nel blu
e non voltarsi piu’… e non voltarsi piu’…

io sono nato si da un grande amore
che mi ha cambiato dentro e anche un po’ fuori
e non capisco cosa c’é cos’é che muore
ora che pace é fatta che splende il sole
forse l’America mi salvera’
forse l’America mi salvera…

in quel tempo la’ la felicita’ si stringeva nelle mani
poche cose cinque rose nel blu
ora chi lo sa la felicita’ é una cosa di domani
troppe cose niente rose nel blu
e non voltarsi piu’… e non voltarsi piu’…

‘A SCORZA DO LIMON

La musica ricorda sonorità arrivate dal mare, le parole di terra di Liguria sanno di sale. ”A scorza do limon” è la scorza di quegli uomini…“ fati ar sasso”… duri, schivi, timidi, ma con il sole dentro. La mia gente, la mia terra, le mie chiese emerse dal mare.

testo

hanno radici che arrivano al mare una memoria di chi sa lottare
vivono solo attaccati ad un vecchio casale
di chi ha saputo davvero nel tempo guardare
della liguria  profuman le scale come le chiese emerse dal mare

da partigiano sognavo il mio mare quei fiori bianchi preziosi e solari
ma nel tuo cuore ho strizzato il limone
per ricavarne una piccola stilla d‘amore
quel gusto acerbo da chiudere gli occhi forte e deciso davvero per pochi

drénto ar vento se ga resénta, nter camìn bógia ‘a polenta
drento ai òci se veda ‘a gente e drento a zuca t’en ga pù niente
l’ase i porta ‘n se n’acorza, do limón me piàse ‘a scòrza
a me la meto drento ao sciugo, sa me bagno po’ a m’asciugo
do limón me piàse a scòrza

…senti il canto dei limoni  …senti il canto dei limoni

una montagna che scivola in mare una carezza che porta il maestrale
senti il brusio di un antico silenzio che sale
coloran d’oro anche il tiepido limbo invernale
della liguria profuman le scale come le pietre sbiancate dal sale

drénto ar vento se ga resénta, nter camìn bógia ‘a polenta
drento ai òci se veda ‘a gente e drento a zuca t’en ga pù niente
l’ase i porta ‘n se n’acorza, do limón me piàse ‘a scòrza
a me la meto drento ao sciugo, sa me bagno po’ a m’asciugo
do limón me piàse a scòrza
do limón me piàse a scòrza
do limón me piàse a scòrza

SEINADA DE MAE

Che seinada, che serata magari stellata, ma anche che serenara!
Chissà le vocali che si rincorrono forse sono portoghesi o saracene, arrivate fin qui per plasmare questa antica parola, è naturale poi che nel fascino di seinada, appaia il mare…de mae. Noi liguri anche contro il nostro volere abbiamo offerto la nostra vita al mare, da contadini siamo partiti per farci quasi sempre ritorno, abbiamo imparato a costruire pianelli su pendii scoscesi dove vigna e ulivo sono cresciuti e si sono fatti testimoni di nudi canti di mezzanotte sotto la pergola.
Cantante e chitarrista dichiaravano su commissione amore alla promessa sposa e la paga elargita dal navigante sposo-contadino, era un piatto d’acciughe ed un genuino fiasco di vino.
Negli interminabili futuri imbarchi poi il ricordo e la nostalgia delle serenate di mare sarebbe ritornato prepotente …
come adesso.

testo

una pergola d’uva e un cancello diventato una rosa
una bella finestra in quest’orto profumata di sposa
e noi due a cantarci qua sotto la vita che è esplosa
alla sposa bambina che è un sogno, a far domattina.

questa notte le foglie d’ulivo han deciso che piova
questo vento ci vuole e ci cerca fino a che non ci trova
ma noi due continuiamo a cantarci la vita che è nuova
poi la sposa bambina che è un sogno, ci appare furtiva

ah… e le ridono gl’occhi
come un grillo affacciato sull’aia
che il suo cuore è per pochi
ah… come un sole di notte
la bellezza davvero sottile
della neve caduta in aprile

…e me pae come de voae
con quei oci en ter coe er coe en te nà seinà de mae
…e me pae… come de somiae
la bellezza davvero sottile
della neve caduta in aprile

ah… e le ridono gl’occhi
come un grillo affacciato sull’aia
che il suo cuore è per pochi
ah… come un sole di notte
la bellezza davvero sottile
della neve caduta in aprile

…e me pae come de voae
con quei oci en ter coe er coe en te nà seinà de mae
…e me pae… come de somiae
la bellezza davvero sottile
della neve caduta in aprile


LA LUCE NEL BUIO
( cover de “La Corrida” di Francis Cabrel )

Sono state le sonorità così simili al mio mondo acustico a far si di provare a dare un testo in italiano a questa splendida canzone di Francio Cabrel, raffinato cantautore francese. Poi un piccolo provino su una misera cassetta TDK posizione normale, spedita in Francia ha fatto il resto, così che Francis con grande umiltà mi ha concesso di realizzare la “mia” Corrida. Un inno contro la pena di morte.

testo

le prime luci di un’alba stanca che non arriverà

dietro le sbarre un uomo muto e la condanna
gli occhi bendati avranno il blu
le mani e i piedi come Gesù
saran le ali della morte che hai voluto tu!

dalle colline madre vedi il grano non ondeggia più
e i contadini più non cantano la nenia
il mondo non si fermerà
il sangue non si asciugherà
sarà Caino l’assassino stamattina e pagherà!

c’è la luce nel buio…c’è la luce nel buio…

madre Mary è troppo tardi per pentirsi da quaggiù
e questa giusta società urla che è ora
la muleta adesso danza come sa far solo lei
e nell’urlo del torero c’è l’orgasmo di un olè

c’è la luce nel buio…c’è la luce nel buio…

è mai possibile che l’uomo ammazza e ama
il sangue è l’acqua chiara chr ritorna alla sorgente
l’odio e l’amore sono amanti indifferenti come tanti
chiudi la porta che l’inverno senti bussa già…

è uscito il sole i colori sono piccoli dolori acuti
e Caino ha completato il suo cammino e intanto noi…
risaliremo quella collina e a piedi nudi danzeremo insieme
finalmente stanchi e mai felici tutto qui!

c’è la luce nel buio…c’è la luce nel buio…

altre vite e altri tori e altri ancora ne ammazzeremo…

SHACCHETRA’

Anche questo brano racchiude tutto “l’orgoglio del mio dialetto”, come direbbe Livio, amico contadino, letterato, che di vendemmie ne ha viste abbastanza e sa bene che “si pia de l’aia i fa l’asè”, se prende dell’aria … (sei fregato) fa l’aceto.  La storia di una vendemmia coloratissima, di sensualissimi piedi di donna che pigiano gli acini d’uva con la gonna arrotolata in vita e la camicetta appiccicata alla pelle abbronzantissima. La racconto ad “Albè”, “Simon”, che spesso quando sono giù di padellino mi ritempra sempre con un buon cipollino inzuppato nell’olio, e soprattutto con un bicchiere del suo profumatissimo vino. Il migliore.

testo

 

a g’avéei vògia d’en bicée der tó vin …cin cin
d’en zigolìn torsà ‘nte l’óio cóo sae
chi me redàga quéla vògia de fae
chi me redàga quéla vògia d’andàe

quélo taolìn con quéla ciàpa ‘n bicée…da bée
‘n pan de cà chi féva vògia e piasée
poi i sonadói giàn ‘tacà cór violìn…cin cin
adré a chitàra e quarche fiasco de vin…

con lé che cògia lé che cògia l’ua, che arsùa
e me c’a bruso, per quéla pèle scua, mes-ciua
con  lé che cògia lé che cògia l’ua, che arsùa
‘ntanto a bruso per quéla pèle scua
…che adè gè mae… poi i perda ó sae
a san martìn gè sciachetrà

si pia de l’aia
… i fa l’asé
le la baléva man e pié ‘nsciangonà
dai rapi d’ua da quéia grana sguscià
quélo vin bon i n’à ‘mbriagà tuti dói…t’én vói?
e quéla s-ciùma l’éa ‘na s-ciùma de fiói…

con lé che cògia lé che cògia l’ua, che arsùa
e me c’a bruso, per quéla pèle scua, mes-ciua
con  lé che cògia lé che cògia l’ua, che arsùa
‘ntanto a bruso per quéla pèle scua
…che adè gè mae… poi i perda ó sae
a san martìn gè sciachetrà

si pia de l’aia
… i fa l’asé

a g’avéei vògia d’en bicée der tó vin …cin cin
d’en zigolìn torsà ‘nte l’óio cóo sae
chi me redàga quéla vògia de fae
chi me redàga quéla vògia d’andàe

traduzione

avrei voglia di un bicchiere del tuo vino … cin cin
di un cipollino inzuppato nell’olio con il sale
che mi ridia quella voglia di fare
che mi ridia quella voglia di andare

quel tavolino con quella lastra e un bicchiere … da bere
un pane fatto in casa che faceva voglia e piacere
poi i suonatori hanno attaccato con un violino … cin cin
dietro a una chitarra e qualche fiasco di vino

con lei che raccoglie lei che raccoglie l’uva, che arsura
ed io che brucio, per quella pelle scura, mes-ciua
con lei che raccoglie lei che raccoglie l’uva, che arsura
e intanto brucio per quella pelle scura
… adesso è mare … poi perde il sale
a san martino è sciacchetrà

se prende dell’aria
… fa l’aceto

lei ballava mani e piedi insanguinati
dai grappoli d’uva da quei chicchi sbucciati
quel vino buono ci ha ubriacati tutti e due … ne vuoi
e quella schiuma era una schiuma di fiori

con lei che raccoglie lei che raccoglie l’uva, che arsura
ed io che brucio, per quella pelle scura, mes-ciua
con lei che raccoglie lei che raccoglie l’uva, che arsura
e intanto brucio per quella pelle scura
… adesso è mare … poi perde il sale
a san martino è sciacchetrà

se prende dell’aria
… fa l’aceto

avrei voglia di un bicchiere del tuo vino … cin cin
di un cipollino inzuppato nell’olio con il sale
che mi ridia quella voglia di fare
che mi ridia quella voglia di andare

Dei siti il bestia diceva che bisognava rinserrarli come galeotti.
“A colpi di letame”, diceva; perché a non metterci a tempo le mani, a non governarli il giusto, poteva caderci il buio dei seccumi (“il peggio buio”) e tutto, quassù, andarsene perso in niente.
Ricordare quel suo dire, mi riporta pulito dentro le mattine con lui nell’uliveto, quando non proprio ragazzo,
che le donne già le guardavo con gli occhi speciali di quando si comincia a sentire l’erba crescere,
gli sgombravo la piana dai sassi e poi gli scavagnavo in cima ai muretti, li assestavo alla meglio
(cos’ì impari a legarli, impari i muretti) e lui ci vangava fondo,
di forza, in quei pezzi di piana ripuliti.
Succedeva che lì dove stavamo ci volavano tanti di quei pettirossi che neanche si fossero dati la chiama.
A saltelli, arrivavano così vicini alla terra smossa che il Bestia diceva:
“Li vedi? Potrei seminarli sottovanga, come le fave”.
Ci rideva un po’ sopra questo ardire degli uccelli, e ci imbastiva subito una specie di favola.
“Ora te li semino per te, e poi quando saranno piantine di uccelli belli in polpa, te li mangi, che la tua… è carne che deve crescere”…

…”T’è capì?” ha detto, e abbiamo parlato d’altro, di belinate, perché lo sappiamo che se stai dietro a questi pensieri, se te li rimescoli dentro va a finire che ti sbandi con la testa e cominci a sentire delle voci dove non ci sono…

Paolo Bertolani